Nato a Bà Ria – Vũng Tàu, Vietnam, nel 1975
Vive e lavora a Città del Messico

Le installazioni di Danh Vō rappresentano il lavoro di un fine antropologo culturale che, attraverso l’esperienza personale e familiare, ci parla di fatti e momenti collettivi. Migrazioni, totalitarismi, desiderio di libertà, bisogno d’integrazione, religiosità e tradizioni sono temi universali che Vō ha personalmente e profondamente sentito e che affronta in tutti i suoi lavori. Lo spettatore entra così in un universo avvolgente, segnato dalla presenza di oggetti dalla forte carica emotiva e in grado di suggerire molteplici livelli di lettura. Il ready made si fa così vettore di storie vissute, dischiude relazioni interpersonali, catalizza dinamiche sociali e politiche.

Così l’esposizione di oggetti appartenuti al padre, come l’orologio Rolex, un accendino Dupont e l’anello del servizio militare americano (If you were to climb the Himalayas Tomorrow, 2005), sono residui personali e al contempo reliquie che raccontano una vita e l’entusiasmo di un uomo che si appropria dei simboli occidentali dell’affermazione maschile.

Nell’installazione JULY, IV, MDCCLXXVI, esposta al Fridericianum di Kassel nel 2011, Vō indaga sul concetto di libertà: vengono qui esposti alcuni frammenti in bronzo, che sono repliche da calchi di parti della Statua della Libertà, uguali per dimensioni e peso all’originale (in totale circa 31 tonnellate); la statua accoglieva gli immigrati che arrivavano a New York in nave e lo stesso titolo allude alla data della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti.

L’installazione per la 55a Biennale d’Arte di Venezia (2013) ricreava la chiesa cattolica vietnamita d’epoca coloniale di Hoang Ly Church, esponendone frammenti originali salvati dalla demolizione: colonnato, tessuti in velluto, travi in legno, plinti in pietra. Lo spazio, che mantiene una dimensione sacrale, porta lo spettatore a riflettere sui temi universali del colonialismo, del confronto tra religioni, delle influenze culturali (non sempre pacifiche e disinteressate), del progresso delle aree in via di sviluppo e di come questo progresso si rapporta alla tradizione.

The End, 2014, ink drawing and gold leaf on cardboard Budweiser box, 40 × 40 × 27 cm. Courtesy of the artist and Xavier Hufkens Gallery

L’artista ha persino iniziato una pratica che lo vede sposarsi ripetutamente al solo fine di assumere il cognome dei suoi compagni, per poi divorziare, conservando soltanto la documentazione legale di questi atti: riflessione al tempo stesso sui matrimoni omosessuali e sull’importanza e la necessità dei documenti e della burocrazia nel mondo d’oggi.

Per il padiglione danese della la 56a Biennale di Venezia del 2015 l’artista ha presentato Mother Tongue, opera complessa ispirata a L’esorcista di William Friedkin e all’arte sacra cristiana. Un intervento da archeologo/antropologo che riguarda in primis l’edificio che ospita l’evento, riportato alla sua condizione originale e predisposto a ospitare reliquie (originali) di un passato artistico e storico riletto e reinventato con consapevolezza e poesia: culture diverse, lontane tra loro nel tempo e nello spazio, sono messe a confronto testimoniando come siano esse stesse frutto di sincretismo e contaminazioni successive e come confrontandosi diano vita a significati nuovi.

Anche per la 58a Biennale di Venezia del 2019 Vō si è avvalso di una fidata cerchia di collaboratori, tra i quali suo nipote, il padre, il suo ragazzo e Peter Bonde, il suo ex professore alla Royal Danish Academy of Fine Arts. Oltre alle tele astratte e dal forte cromatismo del maestro, le installazioni hanno visto la presenza di una scultura romana alla quale sono stati scalpellati gli attributi, simbolo degli ideali classici compromessi dall’azione moralizzante cristiana, e alcune sedie realizzate sui progetti di Franz Ehrlich, artista della Bauhaus che pare le abbia concepite durante la sua permanenza a Buchenwald.

Dirty Dancing, 2013, calligraphy in pencil and ink, wooden figure (crucifix), 265 × 330 × 20 cm. Courtesy of the artist and Xavier Hufkens Gallery

Nato in Vietnam proprio alla conclusione della guerra, Danh Vō cresce in Danimarca, paese che ha accolto come rifugiati l’artista e la sua famiglia. Ha studiato all’Accademia Reale Danese di Belle Arti di Copenhagen e alla Städelschule di Francoforte. Le mostre personali più importanti includono Garden with Pigeons in Flight, all’Estancia Femsa – Casa Luis Barrangán di Città del Messico (2019), Danh Vō al CAPC di Bordeaux (2018), Danh Vō: Take My Breath Away al Guggenheim Museum di New York e allo SMK di Copenhagen (2018), Ng Teng Fong Roof Garden Commission series: Danh Vō alla National Gallery di Singapore (2016), Banish the Faceless / Reward your Grace al Palacio de Cristal del Retiro di Madrid (2015), Ydob eht ni mraw si ti al Museum Ludwig di Colonia (2015), Danh Vō: Wād al-ḥaŷara al Museo Jumex di Città del Messico (2014), Go Mo Ni Ma Da al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (2013), JULY, IV, MDCCLXXVI alla Kunsthalle Fridericianum di Kassel (2011), I M U U R 2 al Solomon R. Guggenheim Museum di New York (2013), Vō Danh alla Kunsthaus Bregenz (2012), We The People (detail) 2010-2013 all’Art Institute di Chicago (2012), Danh Vō: Where the Lions Are alla Kunsthalle di Basilea (2009) e Package Tour allo Stedelijk Museum di Amsterdam (2008). Ha partecipato alla 55a e alla 56a Biennali d’Arte di Venezia (2013 e 2015). Ha vinto il prestigioso Hugo Boss Prize nel 2012. Gallerie di riferimento sono Xavier Hufkens di Bruxelles, Kurimanzutto di Città del Messico e Chantal Crousel di Parigi.

Riferimenti bibliografici
Timothée Chaillou, Interview with Danh Vō, in “Flash Art Online”, 23 settembre 2013,https://www.flashartonline.com/2013/09/danh-vo-24-09-2013-interview/
Chris Wiley, Danh Vō, in Il Palazzo Enciclopedico. Guida breve. Marsilio, Venezia 2013
Roberta Smith, Danh Vō: An Artist at the Crossroads of History and Diary, in “The New York Times”, 7 marzo 2018, https://www.nytimes.com/2018/03/07/arts/design/danh-vo-guggenheim-review.html


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