Nato a Montréal, Canada, nel 1974
Vive e lavora a New York

In The Flux and the Puddle (2014) David Altmejd conduce lo spettatore dentro un laboratorio fantascientifico dove prendono forma le più impensate ibridazioni tra uomo e animale, tra organico e inorganico. Un’estetica minimalista e high-tech caratterizza la grande struttura geometrica vetrata, un parallelepipedo di circa sette metri per lato, che fa da contenitore ai lavori dell’artista e che si configura come un enorme vetrino biologico attraverso il quale analizzare e mostrare le creature pensate e prodotte da Altmejd. La luce trasforma la struttura in un enorme cristallo e gioca un ruolo fondamentale ricreando un’atmosfera a metà tra la suggestione teatrale e la chiarezza scientifica. All’interno corpi umani, teste ed arti lacerati a mostrare sorprendenti cavità che accolgono strutture minerali, noci di cocco, ananas, uva, ed elementi vegetali, corpi simili a quelli di scimmie o licantropi, bruciati, anneriti. Il tutto è mostrato come sospeso all’interno di un liquido amniotico, una formaldeide da museo della medicina, in grado di preservare nel tempo e dalla decomposizione la materia organica, in grado di arrestare la trasformazione di forme già ibridi per loro natura, congelando l’istante transeunte. Le forme sono anche fisicamente sospese, come prive di peso reale – cosa che accade ad anche nelle suggestive zebre di Le spectre et la main (2012).

Flux, 2014, mixed media, installation view at Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris. Courtesy of the artist and Xavier Hufkens Gallery

Sono questi tra i soggetti ricorrenti dell’arte di Altmejd che negli ultimi anni parte da calchi di parti del corpo umano, a volte veri e propri ritratti, ottenuti con cera, resina, schiuma poliuretanica e resi sorprendentemente reali attraverso l’impiego di capelli sintetici, occhi di vetro, peli di animale. Poi le forme, già frammentarie si aprono e lasciano intravedere cavità inaspettate dove proliferano cristalli bellissimi e perfetti, forme inorganiche che si formano proprio là dove la materia organica si decompone: è tutta un’allusione all’energia insita nella materia. Il risultato è perennemente sospeso tra bello e grottesco, seduzione e repulsione, generazione e decomposizione, e si stratificano suggestioni di matrice surrealista ma soprattutto un immaginario legato al mondo della biologia e delle scienze naturali, parte anche questa della formazione dell’artista. L’interesse si concentra più spesso nella testa, sede del pensiero e della coscienza, e “contenitore” di un universo. Ed è costante il riferimento al carnale e al sessuale, con forme genitali sia maschili che femminili, flussi di liquido seminale, umori. Su tutto risalta l’interesse e la ricerca attorno ai punti e all’idea di confine, il limes ora netto ora confuso tra interiorità ed esteriorità del corpo, esterno e interno della terra: tutto questo è nei “Rabbit Holes”, concepiti proprio per essere posizionati sulla nuda terra.

Untitled 3 (Rabbit Holes), 2013, mixed media, 32 × 36 × 25 cm. Courtesy of the artist and Xavier Hufkens Gallery

All’ibridazione uomo-animale e uomo-minerale si aggiunge infine l’ibridazione uomo-vegetale, come in The Island (2011) o in Untitled (2012).

Il percorso di avvicinamento a questo delirio paraorganico (e panorganico) passa attraverso il precoce impiego di forme mutuate dal Minimalismo, come le strutture modulari alla Sol LeWitt di University I (2004) e i primi timidi inserimenti in esse di elementi organici (University 2, 2004) o l’elegante composizioni geometrizzanti con cavi in metallo e catenelle (Untitled, 2007) o specchi (The Eye, 2008), per poi esplodere nelle giganti figure The Giant (2007) e The New North (2007), o nei corpi resi attraverso l’accumulo di calchi di mani, le stesse mani che ne hanno plasmato la forma, nei “Watchers” e nei “Bodybuilder”. Progressivamente l’hardness geometrica ha ridotto la sua presenza alla fondamentale funzione di contenitore del brulicare vitale dell’informe, amplificandolo ed esaltandolo (Le souffle et la voie, 2010).

Nato a Montréal, Canada, nel 1974, David Altmejd ha conseguito il BFA presso la Université du Québec a Montréal e il MFA alla Columbia University di New York. Tra le mostre personali recenti si ricordano Self-Fiction allaKunsthal KAdE di Amersfoort (2017), The Vessel alla Art Gallery of Alberta (2016) e al Glenbow Museum di Calgary (2017), Géants al Musées royaux des Beaux-Arts di Bruxelles (2016), The Flux and the Puddle al Louisiana Museum, Denmark (2015) e al Musée national des beaux-arts du Québec (2016), la mostra itinerante al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (2014), al Musée d’art moderne Grand-Duc Jean del Lussemburgo (2014) e al Musée d’art contemporain de Montréal (2015), Conte crépusculaire (Twilight Tale) alla Galerie de l’UQAM di Montréal, (2011), Colossi alla Vanhaerents Art Collection di Bruxelles (2010), le personali al Les Abattoirs di Tolosa (2009) e al Magasin – Centre National d’Art Contemporain de Grenoble (2009), Doctor Atomic alla Gallery Met – Metropolitan Opera House di New York (2008), David Altmejd. Stages alla Fundació La Caixa Museum di Barcellona (2007). Nel 2007 ha rappresentato il Canada alla 52a Biennale d’arte di Venezia.
Le gallerie di riferimento sono Andrea Rosen Gallery di New York e Xavier Hufkens di Bruxelles.

Riferimenti bibliografici
Robert Everett-Green, The many dimensions of David Altmejd’s surreal, violent work, in “The Globe and Mail” (1 luglio 2015)
Robert Enright, Seductive Repulsions. An Interview with David Altmejd, in “BorderCrossing” (marzo 2015),
http://bordercrossingsmag.com/article/seductive-repulsions
Harry Thorne, David Altmejd: ‘I believe in the power that art has to generate meaning’, in “Studio International” (28 gennaio 2015), https://www.studiointernational.com/index.php/david-altmejd-interview-faces-modern-art-heads-sculpture


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