Walid Raad è nato a Chbanieh, Libano, nel 1967
Vive e lavora tra Beirut e New York

Quello che è senz’altro l’aspetto più interessante nonché il cardine della ricerca artistica di Walid Raad è una costante, vastissima e intelligente riflessione sul potere che hanno i media di riportare e diffondere le notizie nel mondo. In sintonia più o meno consapevole con le ricerche di Susan Sontag (Sulla fotografia, 1977) l’immagine fotografica o video è per Raad qualcosa di estremamente complesso e ben lontano dalla trasparenza e dalla evidenza che sembrano connaturati al carattere indicale di questi mezzi. In termini barthesiani lo “studium” agisce continuamente e silenziosamente sul “punctum” e può piegare la stessa situazione registrata a esigenze contrastanti e offrirla alle letture più diverse, finanche opposte. La creazione di archivi non veri ma verosimili, non reali ma plausibili ci porta a riflettere su questo. Cosa è vero di quello che vediamo nei telegiornali o sulle pagine dei quotidiani? Se le parole sono sempre riconducibili a un autore che scrive e cerca di trasmettere le sua esperienza, nemmeno le foto sfuggono a questa autorialità.

Immaginare falsi archivi, creare fittizi gruppi di ricerca, accreditare immagini e informazioni a illustri accademici fa tutto parte di questo gioco (attualissimo in un mondo dove è possibile l’accesso diretto e immediato all’informazione e millantata la sua totale e veridicità) che lascia il cittadino di fronte al dubbio costante sulla verità dell’informazione, sull’attendibilità delle fonti. Ecco che la storia si mescola con la finzione, la documentazione con l’invenzione, in un processo decostruttivo e generatore di nuovi significati. Ovviamente con Raad l’obiettivo è puntato sul Medioriente, sul contesto arabo e sui conflitti di quella terra, perché mai può venire meno la natura intima e personale dell’esperienza artistica.

The Atlas Group (1989-2004) rimane il progetto più celebre di Raad: si tratta di raccolte di documenti, fotografie e video create dall’artista stesso ma attribuite a intellettuali realmente esistiti (es. lo storico Fadl Fakhouri), in modo da realizzare un archivio del possibile storico che documenta gli effetti politici, sociali, economici, psicologici e culturali dei conflitti che hanno insanguinato il Libano negli ultimi decenni. Per la sua stessa genesi, l’opera non può essere considerata, se non in parte, un documento storico ma è soprattutto una riflessione sulla narrazione storica, sui meccanismi del racconto dei fatti. Nel video Hostage: The Bachar Tapes (2001) immagini reali di prigionieri americani in Libano si alternano a quelle di un personaggio immaginario di nome Souheil Bachar, interpretato da un attore: filmato durante un’intervista in stile Fox News (o un interrogatorio?), Bachar sostiene avere condiviso la cella con gli americani e racconta le sue esperienze carcerarie.

Walid Raad, Part I_Chapter 1_Section 139: The Atlas Group (1989-2004), 2008, mixed media: wood, plexiglas, video, high density foam, light 282 x 104 x 32 cm / base 147 x 56 x 64 cm, edition 3+1 ap. Courtesy of the artist and Sfeir-Semler Gallery, Beirut/Hamburg.

In Scratching on Things I Could Disavow (iniziato nel 2007) si parte invece dalla riflessione sui cambiamenti in corso nell’arte e nella cultura che sta vivendo il mondo arabo, da un lato esportando artisti interessanti e apprezzati, dall’altro importando arte e presenze museali importanti. Un movimento culturale, in buona parte creato ex-novo, che influenza ed è influenzato da dinamiche politiche ed economiche generali. Yet Another Letter to the Reader (2017) gioca ancora sul rapporto tra finzione e realtà; le casse in legno dipinte con riproduzioni di opere di altri artisti mediorientali suggeriscono una nuova riflessione sull’istituzione-museo e sullo scenario culturale arabo.

Walid Raad, Postface II, 2014, composed of nine elements, mixed media, 487 x 274 cm, unique. Courtesy of the artist and Sfeir-Semler Gallery, Beirut/Hamburg.

Nato in Libano nel 1967, Walid Raad ha conseguito il BFA in fotografia al Rochester Institute of Technology di New York (1989) e il MFA e il PhD in Cultural and Visual Studies all’University of Rochester di New York (1993 e 1996). Insegna alla Cooper Union for the Advancement of Science and Art di New York. Tra le mostre personali più importanti e recenti si ricordano Let’s be honest the weather helped allo Stedelijk Museum di Amsterdam (2019), Yet Another Letter to the Reader alla Fondazione Volume di Roma (2017), Walid Raad al The Institute of Contemporary Art di Boston (2016), Walid Raad al Museo Jumex di Città del Messico, Walid Raad: Preface al Carré d’Art-Musée d’art contemporain di Nîmes e al Museo MADRE di Napoli (2014), Walid Raad. Preface to the First Edition al Louvre di Parigi (2013), Scratching on Things I Could Disavow. A History of Art in the Arab World alla Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna (2011), Walid Raad: Miraculous Beginnings al Bildmuseet di Umea (2011), alla Kunsthalle Zürich (2011) e alla Whitechapel Gallery di Londra (2010), The Atlas Group (1989-2004) al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, al Museo Tamayo Arte Contemporaneo di Città del Messico (2007), al Culturgest di Lisbona (2007) e alla Hamburger Banhof di Berlino (2006). Ha partecipato alle biennali di Gwangju (2016), di Istanbul (2015), di San Paolo (2014), alla Documenta 11 e 13 a Kassel (2002 e 2012), alla 50a Biennale d’arte di Venezia (2003), alla Whitney Biennial a New York (2000 e 2002). La galleria di riferimento è la Sfeir-Semler Gallery di Beirut e Amburgo.

Riferimenti bibliografici
Holland Cotter, Walid Raad’s Unreality Show Spins Middle Eastern History as Art, in “The New York Times” 7 gennaio 2016
Valentina Sansone, Walid Raad. Appunti su cose che potrei ritrattare, in “Flash Art Online”, #280 (Febbraio 2010), http://www.flashartonline.it/article/walid-raad/
Kaelen Wilson-Goldie, Walid Raad and the Atlas Group, in “Bidoun Magazine”, #02 (2004),
https://bidoun.org/articles/walid-raad-and-the-atlas-group


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