Nata a Osaka, Giappone, nel 1972
Vive e lavora a Berlino

«Pensa quello che vuoi. Ma la verità è una rete fatta di tanti fili intrecciati, che sono le coincidenze, le occasioni mancate, l’impossibilità di ricrearle, e il filo più vistoso, quello che chiude la rete, è la necessità di non raccontare tutto, di tenere qualcosa per sé, di lasciare delle maglie di silenzio» (Margherita Oggero).

Sia che si tratti di sculture singole o di grandi installazioni percorribili dagli spettatori, l’arte di Chiharu Shiota dà una forma visiva, contemporaneamente moderna e antichissima, alle relazioni e alle interconnessioni che legano gli aspetti dell’esistente. Ricordi, paure, attese e affetti: questi lavori sono una proiezione della mente dell’artista che trasforma la dimensione intimista in qualcosa di scenografico, coinvolgente e universale.

Un pianoforte, un’automobile, una macchina da cucire e indumenti sono posti al centro di intricate trame di fili di lana, come imprigionati dentro una colorata tela di ragno. Così è in Seven Dresses (2015). Ma la rete vive ormai del doppio significato di trappola-prigione e di luogo delle infinite connessioni possibili e diventa epifania di legami personali, di flussi mnemonici, di campi energetici che avvolgono gli oggetti e si irradiano da essi. Rappresentazioni più o meno dirette dei rapporti tra gli esseri umani e in particolare del flusso di sentimenti della stessa artista. L’oggetto così diventa un coagulo di emozioni e l’installazione si fa rappresentazione di memorie personali e collettive. Esemplare in tale senso è In Silence (2008), col suo pianoforte e le sedie di possibili, assenti, ascoltatori: qui l’uso di fili neri, densi e avvolgenti, rimanda al ricordo recente della malattia. Alcuni anni dopo Black Rain (2019) ripropone l’incubo del cancro con una distesa di ombrelli pietrificati, sui quali calano i soliti fili neri, come in una pioggia mefitica.

La stessa poesia profonda è nelle trame che accolgono i fogli di carta di Letters of Thanks (2013), le valigie dell’installazione Accumulation-Searching for Destination (2014) alla Biennale di Busan o le  quattrocento scarpe di Over the Continents (2014).

Chiharu Shiota, Me Somewhere Else, 2018, nets and plaster sculpture, 440 × 1090 × 1314,6 cm. Courtesy of the artist and Blain|Southern Gallery.

The key in the hand (2015, Biennale di Venezia) è il capolavoro dell’artista: lo spazio è riempito di fili rossi pendenti dal soffitto e all’estremità di ogni filo è legata una chiave, in totale centocinquantamila, che nel tempo sono state donate all’artista: le chiavi hanno molteplici e chiari significati simbolici legati alla protezione dei pensieri più intimi e secondo una tradizione orientale le donne che donano una chiave all’uomo ne accettano il corteggiamento. A terra sono poggiate due barche nei cui scafi convergono i fili rossi, e che sono come due mani che raccolgono nel loro incavo la pioggia dei ricordi che scende dal soffitto.

L’opera «grafica» è una traduzione bidimensionale, ovvero fase progettuale, delle grandi  installazioni, che non perde la potenza visiva e l’eleganza formale delle opere maggiori.

Chiaru Shiota, Skin, 2016, thread on canvas, 143 × 166 cm. Photo: Christian Glaeser. Courtesy of the artist and Blain|Southern Gallery.

Nata a Osaka nel 1972, Chiharu Shiota si forma alla Kyoto Seika University, alla Canberra School of Art e, successivamente, in Germania presso la Hochschule für Bildende Künste di Brunswick e la Universität der Künste di Berlino. Lavora nell’atelier di Rebecca Horn. È guest professor alla Kyoto Seika University, dal 2011 insegna al California College of the Arts. Tra le mostre monografiche sono da ricordare Chiharu Shiota al Royal Museum of Fine Arts di Bruxelles (2019), The Soul Trembles al Mori Art Museum di Tokyo (2019), Line of Thought al Museum Sinclair-Haus di Bad Homburg (2019), Embodied alla Art Gallery of South Australia di Adelaide (2018), The Distance al Göteborgs Konstmuseum (2018), Direction al Kode Art Museum di Bergen (2017), Follow the Line all’Instituto Giapponese di Cultura in Roma (2015), The Guest Work al Museum de Bellas Artes de Bilbao (2014), Stairway allo Schleswig Holsteinischer Kunstverein di Kiel (2012), Home of Memory a La Maison Rouge di Parigi (2011), Breath of Spirit al National Museum of Art di Osaka (2008). Molto numerose sono anche le mostre collettive, tra le quali ricordiamo Berlin-Tokyo/Tokyo-Berlin: The Art of Two Cities alla Neue Nationalgalerie di Berlino (2006), Eurasia al Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (2008) e la partecipazione alla III Biennale di Arte Contemporanea di Mosca (2009). Nel 2015 ha rappresentato il Giappone alla 56a Biennale d’Arte di Venezia. È rappresentata dalle gallerie Templon di Parigi e Anna Schwartz Gallery di Melbourne e Blain|Southern di Londra, Berlino e New York.

Riferimenti bibliografici
Angel Moya Garcia, Chiharu Shiota, in “Flash Art”, 15 ottobre 2015,
https://flash—art.it/article/11987/
Frédérique Joseph-Lowery, Chiharu Shiota, in “Art Press, maggio 2015, pp. 30-31
Aliénor Debrocq, Sur le fil. La plastici enne japonaise Chiharu Shiota expose ses nouvelles créations à Ixelles, chez Daniel templon, in “Mad le soir”, 8 maggio 2019


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