Nato a Yaoundé, Camerun, nel 1967
Vive e lavora tra Gand, Belgio, e Yaoundé, Camerun

Pascale Marthine Tayou sorprende e cattura lo spettatore con le sue installazioni imponenti e multiformi. La varietà è la regola. L’artista spazia dall’accumulo di materiali propri della tradizione africana ai prodotti di scarto della società dei consumi, fino a proporre un linguaggio internazionale colorato e giocoso con accumulazioni che ironizzano sui costumi occidentali e sulle nostre piccole manie.

Alcuni lavori ci propongono strane strutture costituite da calebasse, recipienti di terrecotta, maschere e sculture in legno, perline (che tradizionalmente ricoprivano le sculture bamun), pentole di smalto, materiali da costruzione tradizionali africani. La potenza visiva di questi lavori, data dalla particolarità dei materiali, si alimenta anche nella sottile poesia e nel gioco di rimandi più o meno palesi ma sempre costanti alla cultura camerunense e a come questa è recepita nell’immaginario occidentale. Sono esempi la Colonne Pascale (2010) a Duala – una colonna di recipienti smaltati alta dodici metri, innalzata nell’animato quartiere di New Bell –, Paradise is truth (2010), The Magic Calabash (2012) o Things Fall Apart (2014). Molto spesso si tratta di materiali di riciclo latori di un vissuto esistenziale e consequenzialmente di una forte carica emotiva. E molto spesso le installazioni sono potenti macchine sinestetiche, dove l’odore inconfondibile del legno e della paglia lasciano un ricordo indelebile nello spettatore.

Bricoleur e nomade, come la grande arte contemporanea impone, Tayou amplia il suo vocabolario espressivo a materiali e tecniche “internazionali”, contaminando, ibridando, mettendo al centro della sua poetica il tema del viaggio, dell’incontro, dell’integrazione e dell’appropriazione. Matite giganti in legno o in stoffa disposte nelle più impensabili combinazioni (Africonda, 2014), cucce di cane o pacchetti regalo accatastati in bozzoli sospesi (Favelas A, 2011; Empty Gift, 2012), sampietrini colorati (Big Colorful Stones, 2019), macchinine giocattolo, neon, libri. La fantasia dell’artista è sconfinata e attinge a un inventario da supermarket, attraversando una dopo l’altra le corsie dedicata alla scuola, ai giocattoli, agli animali domestici, al fai da te. Particolarmente attento al tema ecologico, molto sentito oggi soprattutto nei paesi in via di sviluppo, Tayou ha recentemente presentato lavori giganteschi fatti di imponenti cumuli di sacchi di plastica. Dimensioni, colori e idea si fondono in un mirabile sintesi che ha trovato le sue migliori espressioni in Plastic Bag (2001), presentato alla 51a Biennale di Venezia, Secret Garden (MACRO, Roma, 2013) e nel grande Plastic Tree (2014/2015).

Pascale Marthine Tayou, Plastic Tree, 2014/2015, branches, plastic bags, variable dimensions. Photo Andrea Rossetti. Courtesy of the artist and Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / Habana

Inquinamento ed esaurimento delle risorse energetiche. Linguaggi che non esitano a contaminarsi e che rappresentano il Camerun e l’Africa di oggi, sospesa tra sviluppo e arretratezza, tradizioni e influssi occidentali: così dei bambolotti di cristallo possono spuntare al centro di composizioni di oggetti d’artigianato etnico (Branch of life, 2017), accostando la tradizione europea del vetro soffiato a quella africana dei feticci intagliati.

La stessa contaminazione caratterizza Fetish Wall (2019) con le migliaia di chiodi dalle teste colorate che invadono le pareti di musei e gallerie, a ricordare la pratica tradizionale di piantare chiodi nei feticci lignei allo scopo di proteggere dal malocchio o dalla malattia o per fini divinatori (e secondo alcuni studiosi forma espressiva a sua volta frutto già di contaminazioni con la cultura occidentale). Un cerchio che sembra chiudersi, ma si avvolge invece a spirale, stratificando infinite suggestioni, infiniti temi.

Pascale Marthine Tayou, Fetish Wall, 2019, rusted nails, paint, site specific dimensions. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy of the artist and Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / Habana

Nato a Yaoundé, Camerun, nel 1967, Pascale Marthine Tayou inizia la sua carriera all’inizio degli anni Novanta, quando cambia il suo nome originale declinandolo al femminile: Pascal(e) Marthin(e). Tra le mostre personali segnaliamo Jungle Fever all’hotel St Regis di Roma (2019), Morceaux Choisis all’Espace Doual’art di Douala (2019), Tornado al Mu.ZEE di Ostenda (2019), Black Forest alla Fondation Clément di Le François (2019), Chapitres al Mu.ZEE di Ostenda (2018), Kolmanskop Dream all’IFA – Institut für Auslandsbeziehungen di Berlino (2017), Beautiful al Bass Museum di Miami (2017), Summer Surprise alla 1:54 Contemporay African Art Fair di Londra (2017), Miracle!!! al CAC di Malaga (2016), Exposition d’ouverture al Musée de l’Homme di Parigi (2015), Fast & Slow al Musée Africain di Lione (2014), I Love You alla Kunsthalle di Bregenz (2014), Secret Garden al MACRO di Roma (2012),Black Forest al MUDAM Luxembourg (2011), Always All Ways (tous les chemins mènent à…) al MAC Lyon (2011), Always All Ways. Omnes Viae Malmö Ducunt alla Malmö Konsthall (2010),Plastic Bags alla Kunsthalle Wien – public space Karlsplatz (2006), Rendez-vous allo S.M.A.K. di Gand (2004), Omnes viae Romam ducunt al MACRO di Roma (Italy), Transferts al Palais des Beaux Arts di Bruxelles (2003), Qui perd gagne al Palais de Tokyo di Parigi (2002). Ha partecipato a numerose mostre ed eventi artistici internazionali, fra cui la 51ª e 53ª Biennale d’arte di Venezia (2005 e 2009), le Biennali di Lione (2000 e 2005), di Istanbul (2003) e Documenta 11 a Kassel (2002). È rappresentato dalla Galleria Continua di San Gimignano e da Richard Taittinger di New York.

Riferimenti bibliografici
Roberta Smith, Pascale Marthine Tayou, in “Art in Review”, 7 maggio 1999, https://www.nytimes.com/1999/05/07/arts/art-in-review-pascale-marthine-tayou.html
Nicolas Bourriaud, L’esodo di Pascale Marthine Tayou in Bourriaud, Tazzi, Pascale Marthine Tayou. Le grand sorcier de l’utopie, Gli Ori, Pistoia 2009
Silvano Manganaro, Pascale Marthine Tayou, in “Il Giornale dell’Arte” #343 (giugno 2014), https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2014/6/119867.html


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.