Nato a Napoli nel 1974
Vive e lavora a Los Angeles

L’arte di Piero Golia è fatta di concetti audaci e geniali, idee che prendono forma cristallizzandosi in performance, azioni e installazioni oggettuali dalla forte risonanza estetica – intesa in senso etimologico come àisthesis, ovvero percezione attraverso i sensi, gnoseologia inferiore.

Capaci di trasmettere sensazioni inconsuete laddove i sensi abitualmente si atrofizzano e di aprire nuove prospettive insolite alla banalità del quotidiano, i lavori di Golia ci presentano un finissimo artista concettuale, uno dei più brillanti degli ultimi anni. La sua «conceptual bullshit art» sembra prendersi gioco di tutto, sistema dell’arte compreso, con quel fare molto partenopeo e intimamente canzonatorio, alla «futtetenne». In realtà non occorre scavare molto per far affiorare strati di originalità, riflessioni sottili e illuminanti e, in tutto, un intimo coinvolgimento che mette l’artista stesso al centro del processo creativo. Nel 2000, in occasione di Artissima, Golia si arrampicò su una palma dalla quale scese solo dopo l’acquisto della foto dell’opera: On the edge (Sulla cresta dell’onda). L’anno dopo Golia convinse una ragazza a farsi tatuare su tutta la schiena un ritratto dell’artista con la scritta «Piero My Idol» (Tatoo sequence, 2001). Mettendo nuovamente a rischio la sua vita, in Going to Tirana (2001) attraversò l’Adriatico a bordo di una barchetta a remi, percorrendo in senso inverso la rotta fatta da migliaia di migranti albanesi e diventando il primo immigrato clandestino in Albania. Il recente Luminous Sphere (2010) è un globo luminoso posto sopra un famoso albergo di Los Angeles che si accende quando l’artista è presente in città.

Luminous Sphere, 2008, aluminum, neon light, PVC, light controller, diameter 5 feet. The Standard Hotel, West Hollywood. Image courtesy the artist and Bortolami, New York.

La personalità e il vissuto esistenziale dell’artista sono i cardini attorno ai quali ruota il processo creativo, generatore dell’opera. L’oggetto resta a testimonianza, allo stesso tempo beffarda e profonda, del processo. Così avviene in Untitled (Y3AT35SIE1029489) del 2003, un unicorno lucido e perfetto, tanto che sembra uscito dallo studio di Jeff Koons, ottenuto dalla fusione della sua automobile dopo un incidente stradale. Oppure in Bus (Untitled) del 2008, un autobus di linea compresso fino a occupare 6 metri di lunghezza, come in un lavoro di César, contestazione agli spazi esigui concessi alle gallerie nelle varie fiere d’arte.

Bus (Untitled), 2008, bus crashed to fit the size of the booth, 10 × 20 × 10 ft. Image courtesy the artist and Bortolami, New York.

Infine la serie “Intermission Paintings” (2014) presenta delle straordinarie schegge di polistirolo ricoperte di pigmenti iridescenti, come quelli usati nell’inchiostro di sicurezza nella stampa di banconote: la serie è realizzata con i materiali di scarto di un altro lavoro, la trilogia Comedy of Craft (2014) che riproduce a grandezza reale il naso di George Washington scolpito nel monte Rushmore in Sud Dakota, prima in polistirolo poi in gesso e infine in bronzo.

Untitled (My Gold is Yours), 2013, gold and concrete, 249 × 249 × 249 cm. Photo Federico Gavazzi.

Per la Biennale di Venezia del 2013, Golia ha realizzato Untitled (My gold is yours), un grande cubo di cemento collocato nei giardini che a tutta prima ricorda un lavoro di Donald Judd o di qualche altro artista minimalista: la malta tuttavia è stata resa speciale dalla presenza di un chilogrammo di polvere d’oro zecchino e il pubblico è autorizzato a prelevare, se riesce, frammenti dell’opera fino alla sua totale scomparsa. Il carattere di «scultura a perdere», unita all’impossibilità di fatto di recuperare l’oro, induce a riflettere sul valore reale dell’opera e di seguito sul suo valore simbolico, artistico e commerciale; inoltre si inverte ancora una volta il consueto rapporto tra osservatore e opera, artista e pubblico, in un cortocircuito continuo che destabilizza e dimostra tutta la lucidità di analisi di Golia.

Nato a Napoli nel 1974, Piero Golia si è trasferito negli USA, dove vive e lavora. A Los Angeles, nel 2005, ha fondato la Mountain School of Arts insieme a Eric Wesley, un istituto d’arte anticonvenzionale nel retro di un bar di Chinatown. Nel 2003 ha diretto Killer Shrimps, il suo primo lungometraggio, che è stato presentato alla 61a edizione del Festival di Venezia. Tra le più importanti mostre personali si ricordano Solutions to Mortality allo Ulrich Museum of Art di Wichita (2018), The painter alla Kunsthaus Baselland di Muttenz (2017), Chalet Dallas al Nasher Sculpture Center di Dallas (2015), Double Tumble or the Awesome Twins allo Stedelijk Museumn di Amsterdam (2010), Ruin, Regrets and Visible Effects (con Fabian Marti) all’Instituto Svizzero di Roma (2009), Voi non sapete chi mi credo di essere al Viafarini di Milano (2001). Il suo lavoro è stato presentato in importanti mostre d’arte negli Stati Uniti e in Europa, tra le quali The Electric Comma alla V-A-C Foundation – Palazzo delle Zattere di Venezia (2017), Made in L.A. allo Hammer Museum di Los Angeles (2014), Premio Italia al MAXXI di Roma (2011), Artist’s Museum al Museum of Contemporary Art di Los Angeles (2010), The Nothing and the Being al Museo Jumex di Città del Messico (2009), Vesuvius al Moderna Museet di Stoccolma (2007), The Gold Standard al P.S.1 Contemporary Art Center di New York (2007), Uncertain States of America – American Art in the 3rd Millennium alla Serpentine Gallery di Londra (2006). Il lavoro di Golia è stato presentato alla 55a Biennale d’Arte di Venezia (2013). Gallerie di riferimento sono Gagosian e Bortolami di New York e Fonti di Napoli.

Riferimenti bigliografici
Jori Finkel, In Los Angeles, Art That’s Worth the Detour, in “The New York Time”, 3 maggio 2009
Patrick Steffen, Piero Golia. Lavorare (non) stanca, in “Flash Art”, 303 (giugno 2012),
http://www.flashartonline.it/article/piero-golia/
Ines Goldbach, Piero Golia. Art as an Act of Theatre, in “Kunsthaus Baselland”, estate 2017


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