Nato a Brunnen, Svizzera, nel 1963
Vive e lavora a New York

Ispirato dalle forme espressive più essenziali, Ugo Rondinone ci offre una rilettura libera e postmoderna di diverse forme di arte primitiva sulle quali si riversa la cultura del Novecento, il Minimalismo e la ricerca sul linguaggio dell’arte concettuale. Un’arte semplice e diretta, quella di Rondinone, che parla a tutti ma che si offre a diversi e profondi livelli di lettura. Centrale è l’indagine sul rapporto tra natura e cultura, tra naturale e artificiale, tra finzione e realtà: la riscoperta di forme ancestrali appartenenti a popoli primitivi, materiali naturali inseriti in contesti fortemente antropizzati o viceversa prodotti di sintesi collocati in scenari naturali, la riproduzioni di elementi naturali con i materiali dell’uomo, sono tutte le declinazioni con le quali l’artista ha studiato e studia questo rapporto.

Le sculture in alluminio dipinto della serie Moonrise (2005-06), dodici pezzi chiamati con il nome dei mesi dell’anno, si ispira ai moai dell’Isola di Pasqua, caricando però l’opera di una espressività grottesca totalmente sconosciuta al modello. La concezione del tempo non lineare e i cicli cosmici affascinano l’artista, da sempre. La serie Soul (2013) presenta 37 riproduzioni di inuksuk esquimesi, elementi vagamente antropomorfi realizzati impilando una sull’altra delle pietre, segnali nella sconfinata monotonia della tundra. Le stesse forme, assunta una dimensione monumentale che rievoca i megaliti di Stonehenge, torna ancora nell’installazione Human Nature al Rockefeller Center di New York (2013): in questo intervento di arte pubblica – la scala urbana è particolarmente consona a Rondinone – la pietra è lasciata naturale a sottolineare il contrasto con i grattacieli di che circondano la corte.

Ancora più semplici sono le forme di Seven Magic Mountains (2016), pietre dai colori fluorescenti impilate e posizionate su piedistalli, che se da un lato rimandano alla pratica sempre più diffusa dello stone balancing dall’altro ricordano le conformazioni rocciose dei deserti e confermano l’interesse dell’artista verso la natura, i suoi fenomeni e le sue manifestazioni più essenziali: gli ulivi millenari ancora presenti in Puglia e in Basilicata (Aluminium trees, 2006-2009, e Notti d’argento, Mercati di Traiano, 2016), le particolari formazioni rocciose della regione cinese del lago Tai (le sculture in cemento di We run through a desert on burning feet, all of us are glowing our faces look twisted, Art Institute of Chicago, 2013), le nuvole (es. Neunterjulizweitausendundfünf, 2015, 2015), le cascate d’acqua (Olo’upena falls, 2015) o, appunto, gli hoodoos dell’ovest americano.

L’essenzialità della pratica artistica può emergere da un primitivismo tout court che si esprime nella tecnica di modellazione della ceramica, dove sono evidenti le impronte delle dita, segno di una lavorazione incerta ma estremamente espressiva: così nei 59 uccelli in bronzo dell’installazione Primitive (2011) o nei 44 piccoli cavalli dell’installazione Primal (2013). Questi lavori introducono un altro tema di grande attualità: i cambiamenti climatici e l’estinzione di molte specie animali.

Parallelamente, la ricerca attorno alle potenzialità espressive della forma pura ha condotto l’artista ad avvicinarsi fin da subito a soluzioni proprie del minimalismo. La serie delle sue celebri pitture di cerchi concentrici comincia a metà degli anni novanta e richiama i lavori di Jaspers Jones, Kennet Noland e l’Optical Art. La tecnica prevede l’uso di vernici spray e l’applicazione del colore attraverso stencil, al fine di ottenere trapassi cromatici netti o graduali a seconda delle esigenze espressive. La tela genera così un effetto ipnotico ed è in grado di suscitare emozioni diverse nello spettatore. Qua e là un clown, ironico alter ego dell’artista: obeso, stordito, addormentato (o forse morto) rappresenta l’impossibilità di offrire uno intrattenimento spensierato al pubblico e diventa un potente simbolo dell’importanza dell’introspezione nella ricerca artistica.

Ugo Rondinone, If there were anywhere but desert. Monday, 2000
Ugo Rondinone, If there were anywhere but desert. Monday, 2000, fiberglass, paint, clothing, glitter, 76 × 86 × 122 cm. Installation view at Gladstone Gallery, FIAC, Paris, 2015. Photo Federico Gavazzi.


Nato a Brunnen nel 1963, Ugo Rondinone ha studiato presso la Hochschule fur Angewandte Kunst a Vienna dal 1986 al 1990. Ha partecipato a moltissime mostre personali di notevole livello tra le quali ricordiamo Everyone gets lighter alla Kunsthalle Helsinki (2019), Sunny days alla Guild Hall di East Hamptons (2019), The Radiant al MICAS – Malta International Contemporary Art Space di Floriana (2018), Your Age and my Age and the Age of the Sun alla Fondación Casa Wabi di Città del Messico (2018), Let’s start this day again al CAC di Cincinnati (2017), Your Age and my Age and the Age of the Rainbow al Garage Museum of Contemporary Art di Mosca (2017), Vocabulary of Solitude all’ARKEN di Ishøj (2017), Ugo Rondinone: moonrise. east. July allo Aspen Art Museum (2017), Good Evening Beautiful Blue al The Bass Museum of Art di Miami Beach (2017), Giorni d’oro + notti d’argento al MACRO Testaccio e ai Mercati di Traiano di Roma (2016), Seven Magic Mountains all’Art Production Fund and Nevada Museum of Art (2016), Vocabulary of Solitude al Museum Boijmans van Beuningen di Rotterdam (2016), Moonrise Sculptures all’ICA di Boston (2016), Becoming Soil al Carré d’Art di Nîmes (2016), Golden Days and Silver Nights alla Art Gallery of New South Wales di Sydney (2015), Breath walk die al Rockbund Art Museum di Shanghai (2014), Art Wall Project all’ICA di Boston (2009), The Night of Lead (La Noche de Plomo) al MUSAC di León (2009), We Burn, We Shiver allo Sculpture Center di New York (2008), Zero Built a Nest in my Navel alla Whitechapel Gallery di Londra (2006), Roundelay al Centre Georges Pompidou di Parigi (2003), No how on alla Kunsthalle di Vienna (2002), Kiss tomorrow goodbye al Palazzo delle Esposizioni di Roma (2001), So much water so close to home al P.S.1 Contemporary Art Center di New York (2000), Light of fallen stars da Yves Saint Laurent a New York (1999), Migrateurs al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (1995). Nel 2007 ha rappresentato la Svizzera alla 52ª Biennale d’Arte di Venezia. Gallerie di riferimento sono Esther Schipper di Berlino, Gladstone di New York e Sadie Coles HQ di Londra.

Riferimenti bibliografici
Bernard Marcelis, Ugo Rondinone, in “Artpress”, #386 (gennaio 2012), p. 24
Selina Ting, Interview: Ugo Rondinone, in “InitiArt Magazine”, settembre 2013, http://www.initiartmagazine.com/interview.php?IVarchive=102
Joseph Nechvatal, Ugo Rondinone’s Fragments of Nature Mourn the Environment, in “Hyperallergic”, 12 settembre 2016, https://hyperallergic.com/322413/ugo-rondinones-fragments-of-nature-mourn-the-environment/


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