Nata a Bhadravati, India, nel 1957
Vive e lavora a Bangalore

Dopo l’esordio artistico come pittrice, Sheela Gowda, dalla metà degli anni Ottanta, comincia a sperimentare nuove tecniche e nuovi materiali, arrivando in breve a superare definitivamente la bidimensionalità della superficie pittorica e a ripensare forme e linguaggi. Non viene mai meno però la sensibilità assoluta per la composizione e una consapevolezza matura nell’uso degli elementi dell’arte astratta: linee, superfici, volumi. I materiali d’elezione, che tornano ripetutamente fino a diventare un segno distintivo dell’artista indiana, sono i capelli, lo sterco bovino e i bidoni di catrame. Questi si combinano o lasciano il posto a tessuti colorati, infissi, pietre e tutta una serie di materiali che sempre rimandano ad alcuni aspetti della tradizione e dell’attualità indiana, senza peraltro perdere un potere di suggestione universale, al di là di uno spazio geografico definito e di un orizzonte temporale limitato.

I capelli ad esempio richiamano tutta una serie di rituali, pratiche quotidiane e attività economiche indiane e non solo: ora offerta votiva alle divinità e simbolo di fertilità, ora promessa d’amore o portafortuna da tenere sui veicoli, ora materiale venduto sul mercato mondiale per fare parrucche, il significato dei capelli è ampio. L’installazione Behold (2009) presentata alla 53a Biennale d’Arte di Venezia presenta 4 chilometri di corda fatta con capelli neri che si ammassa e cala da una parete e sostiene, legati, venti paraurti di automobili cromati. Ben 15 chilometri di corda fatta sempre di capelli ritornano in To be titled (2019).

Sheela Gowda, Untitled (Cow dung), 1992-2012, cow dung, variable dimensions. Photo Federico Gavazzi. Courtesy of the artist.

Lo sterco bovino è impiegato per la produzione di mattoni o piccoli oggetti plasmati (es. giocattoli), ma è anche usato come fertilizzante e combustibile e dal punto di vista simbolico ci ricorda l’animale sacro dell’India, la vacca. Mortar line (1996), lavoro storico e debitore del minimalismo e dell’arte povera, presenta una doppia fila di mattoni di sterco, fatti a mano, che si snodano sul pavimento e sono tenuti insieme da una malta fatta sempre di sterco: la fessura è riempita di kumkum, un pigmento rosso ricavato dalla curcuma, usato anche nei segni sulla fronte delle donne indiane e simbolo del sesso matrimoniale. Stock (2011) vede una serie di scatole di cartone riempite di sfere di letame di dimensioni leggermente diverse e con incisi segni che ricordano volti stilizzati.

Il barile di catrame, rimanda invece all’India moderna e operosa, dove manovali sottopagati dei cantieri stradali si costruiscono rifugi temporanei assemblando e modificando proprio dei barili in metallo. In Darkroom (2006) Gowda riflette sul volume e sulla sua relazione con il corpo umano, creando un’opera architettonica composta da sei colonne di barili sovrapposti collegate da lastre ottenute dagli stessi barili aperti e appiattiti; all’interno, che basta appena per ospitare un corpo rannicchiato, il pavimento è rivestito di catrame e il soffitto presenta dei fori nelle lastre che fanno sembrare il tutto un cielo stellato, allusione a un mondo ideale di speranza che contrasta forte con la materialità grezza del metallo e la scomodità di questi ripari.

In Kagebangara (2008) tornano i bidoni questa volta in una composizione «astratta» dalla forte eleganza cromatica e formale: i suoi riquadri di tela gialla e blu non possono non ricordare le composizioni di Mondrian.

Sheela Gowda, Kagebangara, 2008, tar drum sheets, tar drums, mica tar sheets, mica, tarpaulins, variable dimensions. Photo Federico Gavazzi. Courtesy of the artist.

Serialità, linearità e presenza di elementi astratto-geometrici sono ricorrenti. In Tell Him of My Pain (1998-2001) e And… (2007) domina l’elemento lineare: sono realizzati con corde fatte affiancando decine di fili rossi ciascuno infilato in un ago e ricoprendoli con un composto di kumkum, colla e olio di neem; il carattere organico e il rimando al sangue sono una matafora del corpo, anche come luogo dove si consumano violenze. Margins (2011) gioca invece su forme e colori attraverso l’impiego di elementi di recupero come infissi e telai di porte. La serialità caratterizza infine opere di grande poesia come Stopover (2012), composta da 200 pietre usate in passato per la macinatura delle spezie, e What Yet Remains (2017), una distesa di bandli colorati, i tradizionali contenitori metallici circolari usati nei cantieri edili, e delle lastre che sono gli scarti della produzione degli stessi recipienti.

Altri temi di attualità, politica e storia, fatti di cronaca violenti, sono sviluppati in lavori fotografici o grafici come Sanjaya Narrates (2004), Best Cutting (2008) e In Public (2017).

Sheela Gowda, What Yet Remains, 2017, metal drum sheets, metal bowls, variable dimensions. Photo Federico Gavazzi. Courtesy of the artist.

Nata a Bhadravati nel 1957, Sheela Gowda ha conseguito il BFA alla Bangalore University (1982) e il MFA in pittura al Royal College of Art di Londra. Nel 1986 è stata artista residente per tre mesi presso la Cité Internationale des Arts di Parigi. Tra le mostre personali più importanti si ricordano Remains al Pirelli HangarBicocca di Milano (2019) e al Bombas Gens Centre d’Art di Valencia (2019), Utsav 2017 alla Ikon Gallery di Birmingham (2017), Solo Project al Perez Art Museum di Miami e al Para Site di Hong Kong (2015), Of all people alla Daadgalerie di Berlino (2014), Open Eye Policy al Van Abbemuseum di Eindhoven (2013), alla Lunds Konsthall (2013), al Centre International D’Art and Du Paysage di Vassiviere (2014) e all’Irish Museum of Modern Art di Dublino (2014), Therein and Besides all’INIVA di Londra (2011), Postulates of Contiguity all’OCA – Office For Contemporary Art di Oslo (2010), Behold alla NAS Gallery di Sydney (2010), Touching Base al Museum Gouda (2008) e le personali alla Venkatappa Art Gallery di Bangalore (1987 e 1993). Ha partecipato a numerose rassegne internazionali tra le quali la 31. Bienal de São Paulo (2014), la 1a Biennale di Kochi-Muziris (2012), la 53a Biennale d’Arte di Venezia (2009), la 9e Biennale de Lyon (2007) e Documenta 12 a Kassel (2007). Gowda ha conseguito il Maria Lassing Prize nel 2019. È rappresentata dalla GALLERYSKE di Bangalore e New Delhi.

Riferimenti bibliografici
Zehra Jumbahoy, Sheela Gowda. Blood, thread and cow dung; gender politics, myth and mysticism, in “Frieze”, #121 (12 marzo 2009), https://frieze.com/article/sheela-gowda
Sheela Gowda – Remains, in “Segnonline. Attualità internazionali d’Arte Contemporanea”, 3 aprile 2019, https://www.rivistasegno.eu/events/sheela-gowda-remains/
Nuria Enguita, Lucia Aspesi, Mariagiulia Leuzzi, Sheela Gowda. Remains. Guida alla mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano 2019


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