Nata a Parigi, Francia, nel 1978
Vive e lavora tra Parigi e New York

La pratica artistica di Camille Henrot unisce video, disegno e scultura. Prendendo ispirazione da soggetti diversi come la letteratura, la mitologia, il cinema, la scienza (in particolare l’antropologia e la biologia evolutiva), la religione, l’astrologia e la normalità della vita quotidiana, il lavoro di Henrot riconsidera in maniere brillante i sistemi di conoscenza consolidati, esplora i campi della creazione artistica e dell’espressività umana, rilegge miti popolari antichi e moderni.

Tevau (2009) prende il nome da un oggetto rituale melanesiano scambiato nelle transazioni importanti come il matrimonio e destinato a ristabilire equilibrio e armonia tra gli opposti; la sua forma particolare è resa attraverso una doppia manichetta antincendio che rimanda al simbolo dell’infinito, delineando così la natura del rapporto tra passato, presente e futuro. Psychopompe (2011) è una rilettura in chiave regressiva del mito di Frankenstein, rievocato attraverso la successione di immagini, colte o amatoriali, che si ricollegano all’immaginario visivo attorno a questa figura archetipica; il tutto è accompagnato dalle musiche minimal e ambient composte da Joakim e dal gruppo The Disco. The Price of Danger (2011) continua a esplorare le connessioni tra tecnologia moderna e sistemi di pensiero arcaici, presentando le ali di un aeroplano intagliate a traforo con motivi celtici e polinesiani. Grosse Fatigue (2013) è un lavoro che nasce da una complessa ricerca svolta allo Smithsonian Institute di Washington e che trova forma in un film di 13 minuti accompagnato dalla musica del compositore Joakim e dalle parole di Akwetey Orraca-Tetteh che declama in “spoken word” – forma di poesia espressa oralmente e incentrata sul dialogo o il monologo – un poema sull’evoluzione del mondo: qui si unisce storia scientifica, storie della creazione appartenenti a grandi religioni (induista, buddista, ebrea, cristiana, islamica, ecc.), tradizione ermetica (Kabbalah, Massoneria, ecc.), e miti dei popoli primitivi (Dogon, Inuit, Navajo), in un sincretismo gioioso che tende ad universalizzare le conoscenze.

Camille Henrot, Parliament, 2017
Camille Henrot, Parliament, 2017, watercolor on paper mounted on dibond, 152 x 244 cm.
© ADAGP Camille Henrot. Courtesy the artist and kamel mennour, Paris/London

Nei lavori più recenti la singola opera diventa parte di progetti complessi e strutturati che ricreano l’atmosfera del lavoro in studio, opere in progress, multimediali e transmediali – riecheggiano i sette principi che caratterizzano la narrazione transmediale secondo Henry Jenkins –. Artista processuale, Henrot ama condividere col pubblico i momenti di preparazione e gestazione di un’opera o di un evento espositivo complesso, tanto che spesso le piccole mostre sono preliminari o parti di eventi più articolati. Monday (2017), presso la Fondazione Memmo di Roma, è dedicata al lunedì inteso sia come giorno di cambiamento e di rinascita, che come giorno dominato dall’emotività e dalla malinconia. La mostra presenta disegni preparatori, bronzetti sospesi tra il figurativo e l’astratto, interventi a muro e miniature che rappresentano allegorie vecchie e nuove. Il progetto si è poi sviluppato, comprendendo tutti i giorni della settimana, nella grande mostra personale Days Are Dogs al Palais de Tokyo di Parigi nell’autunno del 2017. La settimana, a differenza dell’anno o del mese lunare, non è determinata da fattori oggettivi ma è una semplice convenzione; questo però non ne diminuisce gli effetti psicologici che ha sugli individui: i significati storicamente attribuiti ai giorni della settimana, sono così reinterpretati quali strumenti per imporre ordine sul caos dell’umano e dare senso all’ossessivo bisogno di misurare e controllare il tempo. E se “Martedì”, con la sua grande palestra a tratti giocosa e a tratti inquietante, sottolinea l’aspetto marziale di questo giorno della settimana, “Sabato”, si concentra sul giorno in cui tutto diventa possibile (Saturno, o Chronos nella mitologia greca, è il dio del tempo e dei cicli di vita). Henrot esplora così gli aspetti che caratterizzano le nostre esistenze, sia da un punto di vista personale che da quello dei nostri rapporti sociali. Da sempre l’artista si serve di diversi media e nell’occasione ha dialogato con altri giovani artisti (David Horvitz, Maria Loboda, Nancy Lupo, Samara Scott e Avery Singer) e riproposto molti suoi lavori iconici.

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Exhibition view of “Days are Dogs”, Carte Blanche to Camille Henrot, Palais de Tokyo (18.10 – 07.01.2018). Courtesy of the artist and kamel mennour (Paris/London); Metro Picture (New York); Galerie König (Berlin) © ADAGP, Paris 2017. Photo Archives Kamel Mennour

Nata Parigi nel 1978, Camille Henrot ha studiato presso l’École nationale supérieure des Arts Décoratifs di Parigi e nell’estate del 2001 è stata assistente di Pierre Huyghe. È stata artista residente presso l’International Studio Curatorial Programa a New York (2012) e ha beneficiato di una borsa di studio allo Smithsonian Institute di Washington (2013). Tra le recenti mostre personali si ricordano quelle alla Opera City Gallery di Tokyo (2019) e alla National Gallery of Victoria di Melbourne (2019), Silver Series 02: Camille Henrot al Kunstnernes Hus di Oslo (2018), Days are Dogs al Palais de Tokyo di Parigi (2017), If Wishes Were Horses alla Kunsthalle di Vienna (2017), Luna di latte al Museo MADRE di Napoli (2016), Grosse Fatigue alla Tate Modern di Londra (2014), alla Sorbonne di Parigi (2014), al Museo Gucci di Firenze (2014) e al Musée d’art contemporain de Montréal (2015), The Restless Earth al New Museum di New York (2014), Black Box al Baltimore Museum of Art (2014), Snake Grass allo Schinkel Pavillon di Berlino (2014), City of Ys al NOMA – New Orleans Museum of Art (2013), L’île à midi per il Prix Marcel Duchamp (FIAC) al Cour carrée du Louvre di Parigi (2010), Perspectives all’Espace culturel Louis Vuitton di Parigi (2009), The New World al Musée des Beaux-Arts di Bordeaux (2008), Atelier du Jeu de Paume alla Galerie nationale du Jeu de Paume di Parigi (2005). Ha partecipato alla 55a Biennale d’arte di Venezia (2013) dove ha vinto il Leone d’Argento come migliore giovane artista. Ha ottenuto il Nam June Paik Award (2014) e il Edvard Much Art Award (2015). Gallerie di riferimento sono Kamel Mennour di Parigi, König Galerie di Berlino e Metro Pictures di New York.

Riferimenti bibliografici
Anaël Pigeat, Camille Henrot, in “Art Press”, gennaio 2018
Aurélia Bourquard, Camille Henrot. L’oggetto del desiderio, in “Flash Art”, #311 (luglio – settembre 2013)
http://www.flashartonline.it/article/camille-henrot/
Anaël Pigeat, Camille Henrot. L’utopie à l’ombre de l’échec  in “Art Press”, #409 (marzo 2014), pp. 30-36
Pamela M. Lee, The Whole Heart Is Eavy, in “Artforum International”, settembre 2013, pp. 306-309, https://www.artforum.com/print/201307/pamela-m-lee-42626


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