Nato a Berlino, Germania, nel 1969
Vive e lavora a Berlino

Quando un’allucinazione raggiunge l’evidenza del reale, quando il sogno si fa più vero del vero e si cristallizza in un’immagine in technicolor, quando il formato si fa colossale, impressionante, avvolgente, allora lo spettatore può finire per perdersi in uno spazio “altro”, smarrire il senso del tempo nella contemplazione del dettaglio iperrealistico e grottesco, entrare in stanze spaventose nelle quali convivono attrazione e repulsione, incanto e paura, sogno e realtà, cercare di decifrare l’accostamento imprevisto e impossibile, per trovare un senso nell’insensato e credere nell’incredibile.

Quelli creati da Jonas Burgert sono interi mondi popolati di figure terribili, memori di tutta una tradizione pittorica tipicamente tedesca che risale fino a Bosch e Bruegel o di un immaginario filmico che guarda alle visioni inquietanti di David Cronenberg o Guillermo del Toro. Gli scenari sono claustrofobici e dalla spazialità deformata e irrazionale, fatti di scalinate, corridoi fatiscenti, cantine buie, pozze e colate di liquidi contaminati e radioattivi, interni di stanze in rovina dalle tappezzerie consunte, dai mobili putridi. Tutto è bagnato da una luce al fosforo che rompe a sprazzi l’oscurità. Tutto è affollato da figure fantastiche, dettagli anatomici isolati, insetti giganteschi, scheletri, zebre, cavalli, amazzoni, pagliacci e personaggi mascherati, bambini che convivono con alcune figure normali ma totalmente fuori contesto – una sorta di alter ego dello spettatore in preda a paure e turbamenti. È un viaggio insomma nella mente umana fin nei suoi anfratti più reconditi che mette in luce sentimenti, emozioni, ossessioni, demoni e paure. Un viaggio tanto più vero proprio perché mostrato in ultraHD e con la brillantezza della retroilluminazione al plasma, attingendo a un immaginario di figure ormai sedimentato nella cultura visiva degli ultimi cinquant’anni. Un viaggio “vero” perché legato alla vita e ai sentimenti vissuti nella Germania post-riunificazione. La tecnica è magistrale. Burgert non poteva che essere tedesco, non poteva che essere berlinese, uno dei più grandi visionari e dei più grandi pittori del nostro tempo.

Alcuni lavori monumentali come Schutt und Futter / Rubble and Fodder (2012) aprono squarci nei meandri della psiche, ci accompagnano nell’ossessione della visione. Ritornano tutti i caratteri tipici della pittura di Burgert, la facilità della tecnica, l’iperrealismo dell’immagine e l’irrealtà delle situazioni, l’atmosfera di calma post apocalittica, i colori acidi e innaturali e le texture geometriche, gli animali fantastici e alcune presenze dal forte significato simbolico: il filo a piombo/scandaglio, i teschi, i bastoni.

Jonas Burgert, Schutt und Futter / Rubble and Fodder, 2012, oil on canvas, 380 × 600 cm. Photo: Lepkowski Studio. Courtesy of the artist and Blain|Southern Gallery

La confusione, il caos e l’inquietudine si stemperano nelle serie di figure singole dove lasciano spazio al trionfo della bellezza formale e cromatica. Ein Klein (2017), ad esempio, è pura esplosione di colori, figura fuori dal tempo, ora bambina della Sicilia classica di von Gloeden, ora ballerina di una delirante Fastnacht.

Jonas Burgert, Fänge, 2016, oil on canvas, 90 × 80 cm. Photo: Lepkowski Studio. Courtesy of the artist and Blain|Southern Gallery

Nato a Berlino nel 1969, Jonas Burgert si forma all’Accademia di Belle Arti (UdK) di Berlino dove consegue il MFA nel 1996. Nel 1997 è studente nella master class del professor Dieter Hacker. Tra le mostre personali più importanti si ricordano ​Korrespondenzen – Bosch and Burgert alla Gemäldegalerie der Akademie der bildenden Künste di Vienna (2017), Lotsucht / Scandagliodipendenza al MAMBO di Bologna (2017), Schutt und Futter al Kestner Gesellschaft di Hannover (2013), Lebendversuch alla Kunsthalle di Krems (2011), Lebendversuch alla Kunsthalle di Tubinga (2010), Enigmatic Narrative alla Victoria H. Myhren Gallery dell’University of Denver (2008). Tra le partecipazioni a collettive si segnala The Triumph of Painting Part VI alla Saatchi Gallery di Londra (2006). È rappresentato dalla galleria Blain|Southern di Londra, Berlino e New York.

Riferimenti bibliografici
Heinrich Dietz, Rubble and Fodder, in Veit Görner, Heinrich Dietz, Jonas Burgert: Rubble and Fodder, Kestnergesellschaft, Hannover 2013
Maggie Gray, Looking for meaning: a conversation with Jonas Burgert, in “Apollo. The International Art Magazine”, 24 ottobre 2014, https://www.apollo-magazine.com/looking-meaning-conversation-jonas-burgert/
Martina Adami, Jonas Burgert al Mambo, in “Insideart”, 2 febbraio 2017,
http://insideart.eu/2017/03/02/jonas-burgert-al-mambo/




0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.