Tra gli artisti africani che, pur affermati a livello internazionale, mantengono un forte legame non solo culturale ma anche fisico e operativo con la loro terra possiamo qui ricordare Chéri Samba, Michael Armitage, Fatou Kandé Senghor e Ifeoma U. Anyaeji.

Chéri Samba è considerato il principale esponente del realismo pittorico che si è affermato in Congo a partire dagli anni Ottanta, in sintonia con il ritorno alla pittura che ha caratterizzato, in quegli anni e a livello mondiale, il panorama dell’arte contemporanea. Tra gli altri esponenti di questa tendenza, in area congolese si ricordano Moke, Bodo e Cheik Ledy. “Chéri Samba: Artiste Populaire” è il nome dello studio aperto nel 1975 a Kinshasa dove Samba si è affermato come pittore di insegne ed è il nome con il quale l’artista ha cominciato a firmare i suoi quadri a partire dal 1980. Negli stessi anni Samba lavora come illustratore alla rivista “Bilenge Info”. La sua arte è un tripudio di colori e di immagini figurative realistiche che mostrano, con un linguaggio diretto e facilmente comprensibile a tutti, il mondo nel quale l’artista vive e lavora, il suo paese, e l’Africa tutta. Le immagini sono sempre arricchite da scritte che completano la narrazione (come nella popolarissima arte del fumetto, ma anche nella più colta pittura cortese tre e quattrocentesca). Un’arte diretta, quindi, semplice ma mai banale, che esplora l’attualità e i suoi problemi. Fine indagatore della realtà sociale, economica, politica e culturale dello Zaire, Samba ci parla della vita di tutti i giorni a Kinshasa, dei costumi popolari, della corruzione e degli scandali politici, delle diseguaglianze e dell’AIDS, in un modo tanto diretto da essersi scontrato con il regime dell’ex presidente Mobutu Sese Seko ed essere stato arrestato due volte. Spesso l’artista stesso diventa il protagonista delle sue tele, presentandosi come una sorta di cronista o commentatore ai fatti di attualità raccontati nei riquadri di testo. Lo stile realista che ha caratterizzato l’arte nei regimi socialisti diventa nelle sue mani, sublime e sottile ironia, un inno alla libertà di espressione, di informazione, ai diritti umani e alla felicità.


I conflitti politici e i problemi sociali che affliggono il nostro mondo sono centrali anche nell’arte di Michael Armitage, giovane artista keniano che vive tra Nairobi e Londra. È l’uomo il soggetto costante del suo lavoro, l’uomo come elemento di un tessuto sociale che evolve, non senza contraddizioni e pericolosi passi indietro. Non è un caso che Armitage continui a guardare al suo paese di origine e a trarre ogni ispirazione dall’Africa, un continente dove queste trasformazioni avvengono con una evidenza e una conflittualità radicalmente diverse rispetto al nostro Occidente.
Se la pittura ad olio è il mezzo espressivo prediletto, il solo a consentire la distorsione soggettiva e a tratti onirica che l’artista applica ai fatti e ai protagonisti (o alle comparse) del presente, il supporto scelto è pieno di significati e rimandi alla tradizione keniota: il panno lubugo, ottenuto battendo per giorni la corteccia dell’albero di mutuba (ficus natalensis), veniva impiegato nelle cerimonie funebri per coprire il cadavere, anche se oggi è materiale con il quale si producono borsette ed altri oggetti turistici – anche in questo caso non possiamo che costatare come tradizioni e “sviluppo” cercano di convivere –; le irregolarità che naturalmente questo supporto presenta sono sapientemente sfruttate dall’artista e integrate nelle pittura. Lo stile ricorda le visioni sognanti e l’à plat dei Nabis (Bernard, Sérusier e, su tutti, Gauguin): superfici uniformi, linee curve, azzeramento della profondità, decorativismo. Ma i riferimenti alla grande tradizione pittorica non si fermano qui e spaziano attraverso tutta la storia dell’arte. Tuttavia né la bellezza dell’immagine né lo sfoggio di sapienza tecnica ed erudizione sono i fini precipui dell’artista e l’interesse si rivolge piuttosto al messaggio e ai significati: la liberta politica, l’identità di genere, l’omosessualità, che in Africa è ancora generalmente condannata, il turismo sessuale, piaga di molti paesi in via di sviluppo, le distorsioni dell’informazione, le difficoltà della crescita economica sono i grandi temi irrisolti del presente, le grandi questioni del prossimo futuro.
Nyayo (Footsteps) (2017) riproduce un uomo di colore nudo con un serpente avvolto intorno alla gamba, mentre altre figure ai lati del dipinto lo guardano indifferenti: la scena si riferisce al lancio di serpenti senza denti nelle celle dei prigionieri politici durante gli anni della presidenza Moi (1978-2002). In Conjestina (2017) Armitage raffigura l’ex campionessa del mondo dei pesi medi, Conjestina Achieng, come una figura completamente nuda e coi soli guantoni da boxe; alle sue spalle incombono due suore con le facce scimmiesche e un paio di babbuini in accoppiamento. Questa composizione bizzarra e inquietante può essere letta come una critica ai media del Kenya in merito alla vicenda personale della boxer (che ha sofferto di problemi mentali e povertà) mostrata senza rispetto e solo come una semplice forma di intrattenimento – proprio come avviene nei peggiori programmi di TV spazzatura a tutte le latitudini, Italia compresa.

Michael Armitage, The paradise edict [detail], 2019, oil on Lubugo bark. Photo Federico Gavazzi. Courtesy of the Artist

La senegalese Fatou Kandé Senghor utilizza vari mezzi espressivi, lavorando prevalentemente come regista, fotografa, costumista e produttrice. Al centro della sua poetica c’è la volontà di indagare e di mostrare gli aspetti e i costumi meno conosciuti del Senegal, altro paese dove le tradizioni ancestrali e i forti impulsi alla modernità di incontrano e scontrano. La danza – e in particolare l’hip pop – come forma di espressione e il rapporto tra i generi sono i temi più spesso indagati. Per la Senghor, l’arte è un’arma per contrastare i problemi che riguardano gli africani, attraverso la conoscenza, la sensibilizzazione e il coinvolgimento, soprattutto dei giovani, soprattutto delle donne. I suoi video sono sospesi tra la narrazione poetica e il documentario. Questo avviene in lavori come Seeking the Truth (2010), indagine sulle tradizioni senegalesi quasi scomparse, o nel cortometraggio Invisible Crimes (2007), per la regia di Wim Wenders, film sulle donne abusate dai guerrieri durante la guerra in Congo.
Il video My piece of poetry (2008) parla del rituale Bukut della tribù Diola, stanziata nella regione di Casamanche e discendente, secondo la leggenda, da Adiambone. Il rito Bukut è una cerimonia d’iniziazione che custodisce l’essenza della tribù e rappresenta il momento più importante nella vita di un uomo: consiste nell’attraversamento del bosco sacro dopo il quale il giovane potrà avere il diritto ad una moglie e diventare realmente membro della comunità. Anche L’Autre en Moi (The Other in Me) (2011) indaga sui temi di identità, di comunità, storia e geografia e sul concetto di “negritudine”, – espresso negli anni Trenta da Leopold Sédar Senghor – attraverso le abitudini dei suoi due nipoti, Etienne e Leopold, i loro viaggi i loro spostamenti tra Stati Uniti e Senegal. Giving Birth (2015), attraverso la figura mistica della scultrice senegalese Seni Awa Camara, riflette sui concetti di tradizione e continuità e sull’incontro tra naturale e spirituale che sottende la pratica scultorea e la creazione plastica nella tradizione africana.
La ricerca sulla storia e le tradizioni (tribali, coloniali o musulmane) è sempre chiave di lettura per interpretare le dinamiche del presente e offrire nuove prospettive per il futuro.


Tornando agli artisti che legano la riscoperta di costumi e tradizioni locali dell’Africa a una pratica artigianale che vede la manualità e il reimpiego di materiali di scarto come aspetti imprescindibili della propria poetica, Ifeoma U. Anyaeji si distingue per la potenza espressiva dei suoi lavori.
Sono intrecci variopinti che invadono le pareti, che nascono dal pavimento, che colonizzano oggetti quotidiani come una sedia o un sofà, dando vita a forme intricate e soffici e che sembrano un proliferare vegetale inarrestabile. È un vero trionfo del colore che può far pensare all’impiego di stoffe e filati ma che in realtà è costituito interamente da plastiche. E utilizzare la plastica – sacchetti non biodegradabili di “pure water”, supermarket bags, bottigliette in polietilene e tanti altri oggetti di scarto – come materia viva con la quale conformare la propria arte è una scelta di per sé piena di significati e che si lega indissolubilmente al destino di una terra, la Nigeria che, in un mondo invaso dai rifiuti, rimane una delle aree dove con più evidenza si manifesta questo dramma. Parlare del problema dell’inquinamento attraverso il riuso di materiali di scarto, quando questo si affianca a un’intelligente architettura di simboli e narrazione di storie, significa anche rimandare a temi quali il consumismo, l’acquisto compulsivo, l’obsolescenza tecnologica, le diseguaglianze economiche.
La cultura nigeriana e in particolare le tradizioni degli Igbo, la principale etnia della Nigeria orientale, vengono richiamate nelle tecniche impiegate nella lavorazione, che rimandano, naturalmente, alla filatura, alla tessitura e alla cucitura ma sono soprattutto ispirate alla pratica dell’Ikpa Owu, la tradizionale tecnica di intrecciatura dei capelli: così com’era possibile vedere sulla testa delle giovani nigeriane pettinature intricate ed elaborate, sfidanti ogni legge fisica, così i lavori di Anyaeji, ad uno sguardo attento, mostrano intrecci e legature che permettono lo sviluppo di forme anche imponenti. Un’arte al femminile quindi, che si lega al lavoro tradizionale e al tempo stesso a uno dei segni distintivi dell’aspetto e della corporeità delle donne nigeriane.
A no m’eba, ma na anoho mu eba (I am here, but I am not here – presence, absece) (2016) ricopre la parete con uno strano celenterato colorato e gigante, fatto di tentacoli, bolle e filamenti avvolti a spirale. La sedia decostruita e vuota rimanda all’assenza evocata dal titolo. La perizia è sorprendente. La sensazione di morbidezza che si sprigiona gareggia con quella della pelle e non è un caso che spesso i suoi lavori nascano proprio per essere toccati.

CHÉRI SAMBA – Chéri Samba è nato a Kinto M’Vuila, Repubblica Democratica del Congo, nel 1956. Tra le principali mostre personali si ricordano Quel Amour!? al MAC di Marsiglia (2019), From Vietnam to Berlin (con Moke) all’Asia Culture Institute di Gwangju (2018), Une brève histoire de l’avenir al Louvre di Parigi (2015), Jʼaime Chéri Samba alla Fondation Cartier pour lʼArt Contemporain di Parigi (2004), Chéri Samba moto na Tervuren al Musée royal de lʼAfrique Centrale di Tervuren (2003), le personali all’IFA (Institüt für Auslandsbeziehungen) di Stoccarda (1998), alla Kunsthalle di Basilea (1992) e al Museum of Contemporary Art di Chicago (1991), Formas de dissidencià: Chéri Samba alla Fundació Joan Miró, di Barcellona (1991). Ha partecipato a moltissime mostre collettive tra le quali Beauté Congo alla Fondation Cartier pour lʼArt Contemporain di Parigi (2015), Popular Paintin From Kinshasa alla Tate Modern di Londra (2008), African Art Now: Masterpieces from the Jean Pigozzi Collection al National Museum of African Art di Washington DC e al Museum of Fine Arts di Houston (2005/06), Magiciens de la Terre al Centro Georges Pompidou di Parigi (1989). Era presente alla 52a Biennale d’arte di Venezia (Padiglione Italia, 2007). L’artista è rappresentato dalle gallerie Magnin-A di Parigi e Pascal Polar di Bruxelles. Vive e lavora tra Kinshasa e Parigi.

MICHAEL ARMITAGE – Michael Armitage è nato a Nairobi nel 1984. Ha conseguito il BFA alla Slade School of Fine Art (2007) e il MFA alla Royal Academy Schools di Londra (2010). Tra le mostre personali più importanti si ricordano Accomplice alla Norval Foundation di Cape Town (2020), Projects 110 al Museum of Modern Art di New York (2019), The Promised Land al MCA Australia di Sydney (2019) e alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino (2019), The Chapel alla South London Gallery (2017), Peace Coma alla Turner Contemporary di Margate (2017), MATRIX 263 al Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive in California (2016), Myth and Market (with John Tiney) allo Studio 1.1 di Londra (2013), RA Schools Show e Premium alla Royal Academy of Arts di Londra (2010 e 2009). Ricordiamo anche la partecipazione alla 58a Biennale d’arte di Venezia (2019) e alla 13eme Biennale de Lyon (2015). È rappresentato dalla White Cube Gallery di Londra. Vive e lavora tra Londra e Nairobi.

FATOU KANDÉ SENGHOR – Fatou Kandé Senghor (Fatoumata Bintou Kandé) è nata il 9 gennaio 1971 a Dakar in Senegal, crescendo nella località di Casamance. Ha studiato in Francia all’Université Charles de Gaulle, Lille III, dove ha conseguito Diplôme Universitaire des Etudes Cinématographiques. Ha fondato la piattaforma artistica Waru Studio, un laboratorio sperimentale dove si pratica arte, ci si interessa di politica, ecologia, ambiente, scienze e temi sociali. Tra le molte rassegne di rilievo internazionale ha partecipato alla 56a Biennale d’arte di Venezia (2015), a SNAP JUDGEMENTS. New Positions in Contemporary (2006-2008)e alla Biennale d’Arte Contemporanea Africana di Dakar (2004).Vive e lavora tra Thiès e Dakar.

IFEOMA U. ANYAEJI – Ifeoma U. Anyaeji è nata nel 1981 a Benin City, Nigeria. Ha conseguito il BFA alla University of Benin (2005) e il MFA alla Sam Fox School of Design and Visual Arts della Washington University di St. Louis (2012). Tra le mostre personali si ricordano Ezu hu ezu – In(complete) al BALTIC Centre for Contemporary Art di Gateshead (2019), Courtyard Project – Swirl Bin alla FOFA Gallery della Concordia University di Montreal (2017), A no m’eba… (I am here…, Presence, Absence) alla Galerie d’Art LSB di Montreal (2016), Owu e Transmogrification alla Skoto Gallery di New York (2015 e 2013), Plasto-yarnings: a conversation with plastic bags and bottles alla Alliance Française di Nairobi (2013), Reclamation alla The Craft Studio Gallery dell’University of Missouri di Columbia (2012), Now I’m born this way will you still see me as…, Okilikili e The Things We Leave Behind al Lewis Center della Washington University di St. Louis (2012 e 2011). È rappresentata dalla galleria Primo Marella di Milano. Vive e lavora tra Benin City e Montréal.


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